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"Prendere posizione" è da sempre un mantra. Ma da qualche tempo assistiamo a un'orgia di slogan riciclati. C’è una nuova forma di conformismo travestita da libertà: l’obbligo di esprimersi su tutto. Il paradosso? Mai come oggi si approfondisce così poco. Servirebbe, semplicemente, più pensiero. Sulla questione di Gaza questa mi pare l'iniziativa culturale più sensata organizzata in Italia. Una mobilitazione, perlopiù musicale, che parte da Piero Pelù e arriva a tanti artisti che da anni si impegnano e aiutano a fare informazione attraverso il linguaggio artistico (perché questa è la strada maestra, non le bandiere e gli slogan). Pieno sostegno a questo evento a Firenze, con la speranza che si possa presto replicare in ogni ambito artistico. Pronti a fare qualcosa che serva davvero, insomma.
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«La Sacra Rappresentazione è uno dei momenti più alti della cultura italiana. Mi piaceva l'idea di far precipitare un gruppo di personaggi inconsapevoli in una situazione di bellezza estrema. In questo caso è la storia di un uomo che perde l'ispirazione, ma la ritroverà attraverso questa catarsi.» (Carlo Mazzacurati) Per caso vedo (o rivedo, non ricordo) La Passione di uno dei registi italiani più bravi e sottovalutati. Per caso in qualche modo mi immedesimo in vari personaggi. E a volte è proprio per questo che ci affascinano certe storie apparentemente distanti dal nostro mondo. "in questo mondo nessuno è indispensabile, anche Gesù può essere sostituito". Credo sia una frase che meriterebbe di essere affissa in ogni luogo di educazione. "nel cinema ci si dà tutti del tu, giusto? Anche in galera!" Mentre questa dovrebbe essere il mantra di molti addetti ai lavori. In questi giorni mi godo Milano semi deserta e come ogni anno di questi tempi è una bella possibilità per ritagliarsi spazi per riflettere, ascoltare i pochi rumori della città abbandonata. Tutti al mare, ma non proprio tutti. A mezzanotte partono comunque i fuochi d'artificio, in certi quartieri. E quando non li sento quasi mi preoccupo. Il film visto mi ha salvato una serata anonima, figlia di un periodo dove forse è proprio la mancanza di ispirazione a vincere. E questo mi rassicura, perché magari dalla noia arriva poi quel "fiore unico". "Io avevo capito che ognuno è fatto come è fatto, ma non ci si deve mai lamentare, bisogna accettarsi. Le cose cambiano sempre, anche noi, ma dentro si rimane se stessi." Quando sei a San Siro pensi e dici un sacco di cose che non puoi dire sui social perché ti censurano, non puoi dirle a casa perché se vivi da solo i vicini poi ti isolano e se non sei solo ti isolano lo stesso tutti. Giustamente. Non le puoi dire nemmeno al bar di quartiere perché le bestemmie restano comunque un privilegio riservato a 'na certa età. Ieri in attesa del calcio d'inizio, guardando il maxischermo mi chiedevo perché Thuram si può permettere le treccine e io no, ma poi qualcosa mi ha distratto. Dal terzo anello si vede Milano. Si vede tutta Milano. Quella bella e quella brutta (e qui lascio il giudizio alla soggettività). Non ci avevo mai fatto caso perché sicuramente lo noti solo in una certa stagione e con un determinato clima. "Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l'unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro" disse qualcuno (forse esagerando, ma se lo poteva permettere) che ne sapeva sicuramente più di me. Evasione: sei allo stadio ma vedi il mondo un po' come lo stanno disegnando, un po' come effettivamente è (e prova a resistere), un po' per come te lo immagini. Perché guardando in fondo, dopo le torri, io abito lì. Pensavo. O forse laggiù, dopo il centro e verso la periferia sud. O est. O forse lì, ancora più a sinistra (sì, molto più a sinistra di entrambe le curve delle tifoserie). Ma forse semplicemente questa città continua a mantenere una forza: ci fa sentire tutti a casa, nonostante tutto. E che fatica immaginare un futuro altrove! P.S: A volte usare l'immaginazione stanca ma è stancante anche chi non la usa (L. C.) Tra tisane e vino bianco passa una giornata che inizia con la morte di un Papa che seppur nell'indifferenza generale, perlomeno parlava del genocidio di Gaza, e prosegue più che con clima di festa, di ozio. Ho un personalissimo rito quando mi trovo da solo e vivo la città, stupenda, nei giorni di festa. Vado alla Magolfa! All'aperto, col sole in faccia e ascoltando Rino Gaetano in cuffia. Clima piacevole. Vino bianco freddo, ortolana, panna cotta, caffè e grappa. Al tavolo di fianco ci sono una mamma e il figlio di circa dodici anni, che mangia una carbonara con gusto. Ma non parlano. Nemmeno una mezza parola. Perché? Magari è vedova e vorrebbe solo sparire? Magari lui ha un'altra? O magari lo ha mollato lei e il suo amante oggi è con la moglie? O magari è la solita storia e qualunque sia la verità non ci accontenterà mai nulla? Li osservo, ma in fondo mi irritano quindi torno a guardarmi intorno, a spiare e scrutare i passanti. E ad ascoltare Rino, che probabilmente mi condiziona nelle analisi delle situazioni! Torno a casa e il primo film che trovo è "Mediterraneo". Una frase del sergente Lo Russo mi colpisce, tanto da portarmi a cercarla online per salvarla, trascriverla e rileggerla da sobrio: "Una vita è troppo poco. Una vita sola non mi basta. Se conti bene non sono neanche tanti giorni. Troppe cose da fare, troppe idee. Sai che ogni volta che vedo un tramonto mi girano i coglioni? ...perché penso che è passato un altro giorno. Dopo mi commuovo, perché penso che sono solo. Un puntino nell'universo. I tramonti mi piacerebbe vederli con mia madre, e con una donna che amo, magari. Invece le notti mi piacerebbe passarle da solo, o con una bella troia, che è meglio che da solo." Forte, cinica, cattiva. Ma con tantissimi spunti di riflessione evidentemente. Il film finisce e la riflessione che mi accompagna per il resto del pomeriggio è che voglio andare al mare! Ma non per non pensare. Semmai per ritrovare quella purezza che solo un battesimo in acqua tiepida e salata può restituire. Accompagnato da una lussuriosa grigliata mista di pesce. "Non mi piace quando ci si limita a raccontare una storia o a farne un surrogato della letteratura. Non approvo che si sottovaluti o si ecciti lo spettatore. Non voglio stimolarne la coscienza o creargli sensi di colpa. Considerato che il cinema ha il dovere di raccontare storie, mi sembra che il romanzo lo faccia meglio. Da qualche tempo, sto pensando ad un altro cinema che mi renda più esigente e si definisca come settima arte. In questo cinema c’è musica, sogno, storia, poesia." Ordinando cose a caso e a casa, ritrovo gli studi fatti per la tesi (2006) su Abbas Kiarostami e la Trilogia di Koker. Un modo anche per ricordare cosa mi ha fatto innamorare di un certo modo di fare cinema. Ad esempio, quel cortometraggio, "Nan va kuche" (Il pane e il vicolo, 1970): Il suo compito più difficile era passare accanto a un cane e avere paura. Ho comprato una bicicletta, l’ho sistemato dall’altro lato della strada spiegandogli che gliel’avrei regalata se fosse andato a prenderla passando vicino al cane. Riuscì a farlo ed entrambi ed entrambi abbiamo ottenuti ciò che desideravamo. (Abbas Kiarostami) Oppure in "Khane-ye dust kojast?" (Dov’è la casa del mio amico?, 1987) Nella sceneggiatura era previsto che lui mentre piangeva dovesse dire “tre volte”. Per questa ragione ho deciso di inventare una piccona sceneggiatura parallela. Avevo incaricato il mio assistente di fargli una foto Polaroid e di darla al bambino. Mi ero accorto che a lui piaceva molto la fotografia e gli ho detto di conservarla, ma che nessun altro avrebbe dovuto fotografarlo ancora: “Questa è l’unica fotografia che devi avere e guai se qualcuno te ne scatta un altra”. Poi, di nascosto, ho spedito il fotografo a fargli un altra fotografia, dicendogli anche di rassicurare il bambino, dirgli che Kiarostami non lo sarebbe mai venuto a sapere. Dopo un paio di giorni sono andato dal bambino: “Ho saputo che ti sei lasciato fotografare un altra volta, fammi vedere se in tasca hai un’altra fotografia”. Mi sono fatto consegnare la seconda foto e l’ho messa via. Ho ripetuto lo stesso gioco per la terza volta, ma in quest’occasione il bambino aveva nascosto la fotografia tra le pagine del suo libro. Quando ho trovato la terza foto tra le pagine del libro l’ho strappata, mentre la macchina da presa riprendeva la scena, e gli ho detto: “Quante volte ti avevo detto che non dovevi permettere a nessuno di fotografarti ancora?”, e lui piangendo ha risposto: “Tre volte”. (Abbas Kiarostami) Ecco cosa a volte fa tornare, forte, la voglia di girare cose nuove... Ermanno Accardi mi intervista per il bel blog MILANO MERAVIGLIOSA Una sincera chiacchierata tra email, telefonate e aperitivi in periferia! Intervista integrale CLICCANDO QUI Grido cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne! (comunque in foto prendo male, dal vivo sono più bello!) ESTATE 2023 Cercando fresco in casa ho creato una zona di comfort tramite Sky, divano e pinot nero freddo (che poi è uno dei bianchi che preferisco). E ho trovato un film che sinceramente inizialmente non mi incuriosiva, però...l'ho visto tutto e con estremo interesse. La storia di due comici che a un certo punto si ritrovano quasi dimenticati dal pubblico (e io non lo so e forse mai lo saprò, ma non deve essere una sensazione piacevolissima), e accettano di ricominciare dal basso, in piccoli teatri con poco pubblico. Aspettando una nuova grande occasione (quella che per molti dura tutta la vita!). Per poi riconquistare il loro pubblico con caparbietà, estro e risate. "Due menti senza un singolo pensiero" Ecco, Laurel & Hardy un certo punto sono stati molto più Underground di tanti altri! Capita di fare ordine e pulizia (vero?). Magari ascoltando buona musica (nel mio caso specifico una strana compilation di Vasco Brondi). Capita di trovare vecchi scritti, tendenzialmente brutti. D’altronde se non li pubblichi, se non li condividi, evidentemente fanno cagare anche a te che li scrivi. Ne ho trovano uno particolarmente datato (oltre Venti anni fa, e il ventennio non è mai un bene, si sa!). Probabilmente una delle tante esercitazioni di scrittura. Esercizio per fortuna abbandonato in tempo! E ho pensato: perché non condividere questo scarto con l'immenso popolo del web? Quel popolo che sa come valorizzare determinate materie insomma! Ecco a voi un testo che non merita nemmeno un titolo! _________________ (il lettore scelga il titolo) Ma quanto vorrei dirti cosa penso di te. A te. A te, che fai finta di ascoltare ma pensi solo a te. A te, che cerchi sostegno. Sostegno, che tutti vorremo sempre. Sempre, che parola stupida e inutile. Inutile, come il tempo che passa. A volte. A volte, penso anche di avere una qualche forma di talento. Talento, che non serve a nulla in questo call center che mi ha appena assunto. A tempo determinato. Determinato. Come me e come quelli che voglio intorno. Intorno, in questo cazzo di call center dove tutti corrono appresso ai numeri: “oh mica salvi vite umane, coglione!” Coglione. Specchio. Specchio, specchio delle mie brache, dove sarò domani? Domani, spero di incontrare la donna della mia vita. Vita, che paroloni. Paroloni, che fa rima con volgari pensieri. Pensieri, disperati e alla ricerca di un’idea che possa piacerti. Piacere. Piacere, a chi poi? Poi, prima o poi partirò. Partirò. Con te partirò. Ma con te chi? Chi: chi sei tu che mi guardi in autobus? Non sono Rino, io non ti so raccontare. Raccontare, fa rima con mare. Mare, un giorno imparerò a nuotare. Nuotare, come quella volta che stavo per annegare per inseguire un’illusione. Illusione, come questi tempi che secondo me dureranno un sacco di tempo. Tempo, ho sempre bisogno di tempo. Hai sempre bisogno di tempo. Abbiamo sempre bisogno di tempo. Ma chi ce lo regala? Regala, “regalami il tuo sogno” dice una canzone che passa adesso la radio. Radio, mi piacerebbe lavorarci, ho una bella voce. Me lo dicono tutte e tutti anche se poi non me la/lo danno. Danno, ecco qui si potrebbe scrivere un romanzo. Ma un romanzo è una cosa seria, Mica tutti lo dovrebbero solo pensare. Pensare. Di nuovo. Nuovo, mi trovo nuovo. Solo per oggi. Oggi, è già domani. Ma è uguale a ieri. Ieri. Domani parto. Parto. No, non sarò mai padre. Padre. Nostro. Vostro. Di nessuno. Nessuno dovrebbe scrivere facendo elenchi. Elenchi. Odio gli elenchi. Quanto mi stanno sul cazzo gli elenchi! Questione di spazi, e anche di numeri. In questo lungo periodo, iniziato in piena pandemia, sono partito per un viaggio particolare. Dopo aver scoperto la storia di Claudio Galuzzi, ho deciso di farla scoprire anche a voi. In questi mesi (anni) oltre 300 persone hanno visto il documentario dal vivo durante le proiezioni nei vari spazi che ci hanno ospitato. Parlare con nuove e vecchie generazioni di temi tanto cari è stato non solo importante, ma formativo. Ora finisce una fase e avevo un solo obiettivo: riuscire a stampare copie di DVD e chiavette USB per iniziare a far girare il progetto anche su supporti fisici (in cui continuo a credere). E ci sono/siamo riusciti, dato che tutto il raccolto è stato già utilizzato per la stampa! Grazie a tutte e tutti voi! Grazie a chi ha partecipato direttamente attraverso questa campagna, grazie a chi ci ha aiutato e continua ad aiutarci con il passaparola! Grazie a chi continuerà a sostenere questo progetto per non far dimenticare Claudio. Sono sicuro che abbiamo piantato dei semi importanti e questa storia non potrà più essere dimenticata! Ora il percorso proseguirà dal vivo: siamo sempre alla ricerca di spazi per proiettare il documentario per cui se avete idee, contatti...sapete come, dove e quando trovarmi! "Un editore può cambiare il mondo? Difficilmente: un editore non può nemmeno cambiare editore." Ogni libro pubblicato con Edizioni Underground? è la tessera di un grande mosaico. Un mosaico che ho sempre immaginato come la figura che più mi rappresenta. Immagine ancora mai definita, per cui sempre da rincorrere. Con la riedizione de LA PIANURA DENTRO abbiamo interrotto una serie di produzioni di autori esordienti o affermati nel circuito indipendente, per lavorare su un prodotto edito molti anni prima. Operazione nuova per noi, rischiosa ma stimolante. Come diceva qualcuno prima di noi "esistono libri necessari, esistono pubblicazioni necessarie" La prima edizione di TraccEdizioni (1993) e la nostra (2020) sono legate da un nome, oltre quello di Claudio ovviamente: Sandro Sardella. Le due copertine sono le sue. E in entrambi i casi rappresentano la pianura dentro, con la stessa intensità, la stessa poesia. Il tutto impreziosito dai contributi di Ermanno Pea (prefazione) e Giovanni Garancini (postfazione). E con l'inedito "La lingua sul tamburo e il tacco dello stivale (a quattro mani sul ritmo del tempo)" di Claudio Galuzzi ed Ermanno Pea. Per sceglierlo come ricompensa (da solo oppure insieme al DVD o chiavetta USB) e sostenere il "progetto crowdfunding SE IL CIELO È TRADITO. LA STORIA DI CLAUDIO GALUZZI" su Produzioni Dal Basso, ecco il link: https://www.produzionidalbasso.com/project/crowdfunding-se-il-cielo-e-tradito-la-storia-di-claudio-galuzzi/ Questo progetto sarà vincente solo se lo sentirete vostro, come io lo sento mio! Da oggi proverò, in maniera romantica ma incostante, a parlarvi delle varie ricompense che riceveranno coloro che parteciperanno alla campagna di crowdfunding SE IL CIELO È TRADITO. LA STORIA DI CLAUDIO GALUZZI sulla piattaforma Produzioni Dal Basso Iniziamo da IL DIARIO TRADITO Ovvero il diario delle riprese del documentario. Le sensazioni provate durante gli incontri con Antonio Bacciocchi, Cristina Donà, Mauro Ermanno Giovanardi, Marcello Maloberti, Lilith-rita Oberti, Ermanno Pea, Massimo Pirotta, Davide S. Sapienza, Sandro Sardella. E la trasformazione del timore in energia. Proprio quell'energia che ora serve per portare a casa un altro bel risultato! Per sceglierlo come ricompensa (da solo oppure insieme al DVD o chiavetta USB) e sostenere il progetto ecco il link: https://www.produzionidalbasso.com/project/crowdfunding-se-il-cielo-e-tradito-la-storia-di-claudio-galuzzi/ "Avete presente quella sensazione di conoscere da una vita una persona appena incontrata? Ecco, è questo che mi è capitato appena ho stretto la mano di Ermanno. In pochi minuti la casa di Luca (sede del set) è diventata la nostra casa. E a casa ci si sente liberi, a proprio agio. Così l’intervista diventa una lunga, lunghissima, conversazione intima. Con i ricordi che pian piano riemergono. Nella stanza è come vedere la proiezione del film di quel periodo. Che in fondo è quello che sto faticosamente cercando di fare." (tratto IL DIARIO TRADITO, incontro con Ermanno Pea del 23 febbraio 2019) p.s. a giugno, passeggiando per le vie di Dozza insieme a Milena, ho incontrato "la pianura dentro" in questa opera di Alberto Zamboni (Le radici del pensiero). Perché l'opera di Claudio Galuzzi, evidentemente, non può morire mai. Spesso, quasi sempre, si parte sperando di arrivare prima possibile. A volte invece no. E finisce che nelle lunghe code in autostrada ti senti come a un concerto con migliaia, milioni, di spettatori. Che poi non sia musica ma bestemmie corali è secondario! Poi magari succede che osservi abbracci (si, ancora si usano) liberatori di amiche ritrovate, oppure rimani stupito quando la signora del B&B in Abruzzo ti dice di essere russa. E con ironia sottile subito chiedi come gestire il condizionatore. "Russa di dove?", chiediamo. "Siberia, un tempo vivevo a -42, adesso a +42". Sorride sempre, ed è bello quando si è circondati di sorrisi sinceri. Se sei di passaggio in un posto devi mangiare il cibo del posto, e tra arrosticini e salsicce di pecora le 7 ore di viaggio diventano un lontano ricordo. Poi se decidi di proseguire sull'Adriatica, forse perdi tempo e soldi, ma trovi un paesaggio assurdo, a tratti strabiliante. Ma probabilmente lo vedi solo se non hai l'occhio fisso sulla destinazione. Insomma, che cosa voglio dire? Non lo so. Forse solo che mi piace viaggiare piano, perché tra la partenza e l'arrivo c'è un fiume di vita che è un peccato perdersi! Un anno fa lavoravo alla prima proiezione di questo progetto con due inseparabili partner: ansia ed entusiasmo! Oggi annuncio la prima proiezione fuori dalla Lombardia e questo ha un valore enorme, perché la storia di Claudio non può avere un recinto geografico. Torno a Torino. Città che è sempre stata presente nella mia vita. La prima volta che l'ho vista ho sentito subito odore di casa. Era presente quando attendevo, sempre con ansia ed entusiasmo, lo zio che portava il vento del nord. Che tanti anni dopo mi ha svelato i segreti della città, e anche i suoi, che ora sono solo miei (ma questa la capiranno in pochi) Poi sono diventato un ometto, e grazie a Ernesto (che non credo di aver mai ringraziato abbastanza) arrivo all'Archivio Cinematografico della Resistenza. insieme a Gianfranco, che Torino ancora ricorda 😄 Con Milena abbiamo vissuto la città durante le Olimpiadi: a chi non è mai capitato di andare al cinema all'alba? E quando si torna a Torino ci si sente sempre e comunque a casa. Dunque, torno a Torino. Grazie a Laura, che più di altri può capire perché la storia di Claudio Galuzzi sia da raccontare ovunque. A Torino. "Il primo posto dove io sono possibile" Se il cielo è tradito. con Antonio Bacciocchi, Cristina Donà, Mauro Ermanno Giovanardi, Marcello Maloberti, Lilith-rita Oberti, Ermanno Pea, Massimo Pirotta, Davide S. Sapienza, Sandro Sardella E con la Pianura Dentro. Vi aspetto giovedì 16 giugno alle h 19,30 al Circolo degli Artisti di Torino (via San Maurizio 6) A Torino! Mancano ancora tre giorni. Nella stanza ci sono un letto, una scrivania senza cassetti, un foglio e una penna biro blu che non scrive da almeno due anni. Ogni settimana riesco ad avere un quaderno ma nessuno si è mai preoccupato di portarmi un'altra biro blu. Quindi passo il tempo a strappare i fogli per poi metterli a terra e coprire questo orrendo pavimento. Mi piace il bianco. Ogni settimana lo stesso stronzo che mi porta il quaderno cancella in un attimo quei miei giorni di lavoro puntiglioso. Solo una volta ho provato a fermarlo. Ancora ricordo il calore iniziale che avvolse il mio corpo quando il suo stivale mi venne incontro, sul petto. Avrei potuto scrivere ogni secondo di questi venticinque anni. Con i soldi del libro si sarebbe arricchito mio figlio. L'inizio è stato divertente. I primi tre anni sono volati via tra scazzottate e barzellette, tra partite a calcetto e inculate. Poi hanno allontanato tutti i miei compagni. Forse sono stati loro a chiederlo. O forse era già tutto deciso prima che arrivassi qui. Era scritto come questo foglio. Dovevo finire in questo mare di anime indemoniate e provare la solitudine. Anche qui. Ricordo come fosse ieri il giorno in cui mi sono venuti a prendere, nella notte. Dormivo. La radio accesa. Hanno aperto la porta a calci. Speravano di trovarmi con un fucile in mano per poter dire “lo abbiamo dovuto uccidere, era armato!” Invece mi ero appena fatto una sega, addormentandomi subito dopo. Non ricordo le loro parole, ma ricordo sempre il calore delle botte. Io al calore associo solo botte. Non sono mai stato al mare. Era lontano da casa e servivano troppi soldi per arrivarci. Ma ci sarei andato “uno di questi giorni” con la mia prima macchina, appena comprata. Avevo pure la patente, falsa. Mi hanno arrestato prima che potessi comprare il costume. In quel periodo ero talmente preso dal nuovo lavoro da scordare di essere ricercato. Mi capitava spesso a dire il vero. Una volta scesi in piazza senza rendermi conto delle pattuglie di passaggio. Naturalmente nemmeno loro si accorsero della mia presenza. Mi andava sempre bene. E spesso ingenuamente mi sentivo un uomo normale. O meglio: cercavo nella quotidianità un pretesto per sentirmi prima normale, poi perseguitato. E adesso sono qui, cerco di trattenere le lacrime. Il solo pensiero mi uccide, una paura mai provata. La mia vita è passata. Qui. E non la immagino altrove. Non saprei come comportarmi in quel nulla infinito che ora mi aspetta. In questi anni non ho mai pensato a questo passo. Ma ormai mancano solo due giorni e questi 25 anni saranno passati. Cancellati via. Per sempre. Mancano due giorni. Manca un giorno. Eccolo. Piove. Sono libero. Addio. di Gregory Fusaro |
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Settembre 2025
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